Esponente di un sindacato del Corpo di Polizia Penitenziaria rinviato a giudizio per aver “offeso la reputazione del corpo di Polizia Penitenziaria”

Di cose nuove e tutt’altro che piacevoli capita di vederne ogni giorno, ma mai fino ad oggi che il principale esponente di un sindacato della Polizia Penitenziaria venga rinviato a giudizio per avere offeso, nel corso di una trasmissione televisiva, la reputazione dello stesso Corpo di Polizia di cui si tutelano e si rappresentano gli appartenenti.

Il sindacato in questione è il Sappe e l’esponente sindacale è il segretario generale dello stesso sindacato Donato Capece che, secondo quanto riportato nel decreto che ne dispone il giudizio, nel servizio televisivo “Attenti alle divise” trasmesso durante il programma “Striscia la notizia” del 19 dicembre 2013 avrebbe rilasciato all’intervistatore dichiarazioni non veritiere a contenuto diffamatorio, oltre che nei confronti del Corpo, anche riguardo l’operato di Alfonso Sabella all’epoca Direttore Generale delle risorse del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
Nell’ambito del medesimo servizio televisivo mentre Capece avrebbe affermato che sarebbero stati spesi 11 mln di euro per acquistare 30.000 divise della Polizia Penitenziaria, confezionate nella Repubblica Popolare Cinese tramite un sito di vendita on-line denominato “Ali Baba” e che il solo berretto sarebbe costato €.40 come poi dimostratosi non vero, da parte dell’intervistatore sarebbero state pronunciate frasi quali: “..lo spreco di 11 milioni di euro” e “..divise che dovrebbero essere sistemate per essere conformi: altri soldi e chi ci rimette è sempre il cittadino”.
Sempre secondo quanto si apprende, poi, l’Avvocatura Generale dello Stato avrebbe espresso parere favorevole alla costituzione dell’Amministrazione penitenziaria, quale parte civile nell’ambito dello stesso procedimento penale.
In conclusione e ferma restando l’estrema “originalità” di una vicenda in cui chi sostiene, e non da oggi, di tutelare qualcosa/qualcuno viene accusato penalmente di diffamarlo, tenuto conto che il rinvio a giudizio non è una condanna meno che mai definitiva, l’ulteriore “beffa” sarebbe che, avendo colui che ha sporto querela avanzato richiesta di risarcimento da donare ad un fondo per i detenuti, in caso di condanna i proventi delle tessere degli aderenti a quel sindacato potrebbero essere devoluti alla popolazione detenuta.